Peccato, Pe’
Pe’, mi ero sbagliato. E’ andata meglio dell’ufficialità. C’erano voci rotte anche in chi non accreditavo di emozioni e c’è stato il riconoscimento che tu conducevi una battaglia in nome della qualità del giornalismo – cioè il riconoscimento dell’esistenza del problema. Riconoscimento tardivo della tua critica della pratica attuale e della sua lontananza dallo scavo, dalla lettura degli indizi, dal lavoro di inchiesta, schierata ma non demagoga. Tanto adesso sei morto e non potrai più farla la tua battaglia e la routine si mangerà le buone promesse, e poi ieri, incravattati e compunti c’erano tutti quelli del branco che ha provveduto a bloccarla, la tua critica di questi anni. E però, meglio di niente e meglio di come poteva andare, questo tuo commiato. Una serie di “peccato”: peccato che sia stata una festa di casa repubblica, quando tu non sei stato solo Repubblica, e le tue critiche non parlavano solo a Repubblica ma al giornalismo. Peccato che nessuno abbia pensato a una parola fra te e la tua città, avrei potuto propormi per farlo, ma in queste ore ero paralizzato.Anche adesso, che potrei dire di pomeriggi interi di discorsi sul web, il giornalismo e se la rete poteva essere una via per rigenerarlo (ci credevi, con juicio), mi manca la penna. Peccato perfino che nessuno abbia pensato di mettere sulla tua bara una bandiera del Napoli: eri un po’ snob sul calcio, ma poi ci tenevi. Anche questo avrei fatto volentieri. Peccato che sei morto. Stronzo.
Peccato sì… Quanto affetto in questo post…
traslochi internazionali
15 agosto 2011 alle 09:58