O’ Compound
Non so perché il giornale avesse poi deciso di mandarmi con quei disperati. Di certo la spedizione era strana: un aereo che conteneva tutta la Lazio, tutta l’Inter, una quindicina di giornalisti, qualche politico come il senatore Marcello Staglieno dell’allora Forza Italia, un po’ di industriali lombardi che regolarmente definivano la carne che si mangiava in nordafrica ”becco” (tecnicamente esatto). A parte ignoti e mai identificati rappresentanti della comunità di san Patrignano, Era il 28 0 29 dicembre del 1995. Volo Malpensa, Fiumicino, Djerba. Di lì pullman fino a Tripoli (c’era l’embargo).
Saltiamo le dichiarazioni di buona volontà, il surreale torneo di calcio con il Tripoli, il terrore della gente di fronte alla polizia, gli agenti dei servizi che ti scortavano anche se provavi ad andare, letteralmente, al cesso. Arriviamo all’intervallo prima dell’ultimo tempo dei tre (il torneo era come quelli estivi di questi giorni). Qualcuno dice: andiamo alla residenza del Colonnello. Insomma il Compound.
Pullman che ci lascia ai piedi di una salita lunga. Guida e interprete che, con un sospiro di terrore, ci dice ad ogni passo di accelerare. Siamo accolti da un ciccione in costume tradizionale che ci dice: “Ehhh ai tempi di Mussolini c’era la disciplina. Noi qui abbiamo fatto una operazione simile”. Avevano fatto un’operazione. Parlando agita un frustino di cuoio.
Ci accompagnano sotto la tenda. IL Colonnello era un po’ meno sfatto di adesso, non si siede. Vuole le domande in piedi. Da uno solo di noi. Ne raccogliamo un po’, ma fa un sermone. Ci liquida dopo 15 minuti e dice: andate a cena.
Ma prima ci fanno fare un giro del Compound. La tenda è pomposa, ma per il resto ci sono macerie. Le macerie del bombardamento americano di alcuni anni prima, nel quale, ci dicono, fu uccisa una figlia del colonnello. Poi ci forzano verso un registro delle firme. Qui un mitico Dino Zoff esplode in un bestemmione in friulano e poi fa: “Non firmo, io non firmo un cazzo”.
Cena con carne di becco. Guardie ad ogni tavolo che ti chiedono se devi andare al bagno. Televisori accesi con la cnn ma in “mute”. Un clima ricco e insieme squallido. Colorato e imbastito. Ci rimettono in pullman che il becco non è ancora all’ugola. In albergo il telefono fa un un suono come di cornamusa ogni volta che chiami l’Italia. L’indomani a Djerba riprendo a respirare.